«Da quel momento fui l’uomo di collegamento tra il gruppo romano e quello milanese. Non sto scrivendo un’autobiografia, ma cito questo elemento per chiarire al lettore in quale privilegiata condizione io mi sia trovato, all’età di 26 anni, per partecipare ad una vicenda politica, economica, culturale e poi perfino imprenditoriale». La sera andavamo in Via Veneto di Eugenio Scalfari è uscito per la prima volta nel 1986, ripubblicato oggi è un bell’esercizio: rileggere il “Mondo” del giornalismo, quello non separato dal tessuto vitale della nazione. E i nomi delle testate d’allora e la tipologia, e il relatore fanno pensare a una commedia all’italiana: si scelga il corsivo, per scoprire il regalo, storiografico per lo studio dei media, che c’è nelle pagine.
È come se lo statuto valoriale di un progetto di vita fosse stato trascritto in questi capitoli: La sera andavamo a via Veneto. I nomi i luoghi i libri. Giornali di allora. Con Proust sotto il cuscino. Noi ragazzi della via Po. Ci divise il Gattopardo. Il maestro se ne va. Parole chiave di un modo di essere e di praticare la cultura. È semplicemente strepitoso il resoconto. «Non sembri una pennellata di colore quest’insistere sui luoghi di ritrovo di un gruppo: in assenza di strutture organizzative e di legami gerarchici, sono le consuetudini d’incontro a tenere insieme persone le cui affinità elettive non hanno altro modo per dimostrarsi ed esprimersi». L’autore ci racconta anche il dispositivo di legittimazione che scatta tra consumi culturali e stili di vita. «Nel 1960 Fellini fece del Mastroianni protagonista della Dolce Vita un giornalista “impegnato” dalle cui tasche ogni tanto spuntava un “Espresso”: la consacrazione». Ci sono alcuni passaggi che sono una vera antologia di Storia Contemporanea, le precisazioni che si permette l’autore risvegliano il desiderio di pretendere di più dalle realtà editoriali, anche dalla sua. Il primo numero del ”Mondo” uscì il 19 febbraio del 1949, con l’inizio del romanzo a puntate Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati. Nel libro sono una forza i nomi che ricorrono, De Benedetti e Pannunzio. Di quest’ultimo racconta il giovane Scalfari di quando domandò a Mario Pannunzio, dopo aver aderito ai modelli del gruppo, perché fosse però così tanto decisivo per loro il riferimento al filosofo Benedetto Croce: «Mario s’era acceso mentre parlava, con una passione intellettuale come non gli accadeva di frequente, quasi che non stesse solo esponendo e analizzando un autore e un sistema, ma mettendo in gioco direttamente se stesso, alcuni suoi comportamenti privati, alcune sue profonde intimità e insomma una verità più riposta di quanto non sia l’adesione ad una proposta filosofica e culturale». Undici convegni e due filoni, è il periodo del “processo alla scuola”, febbraio 1956.
«Tra una riunione e l’altra ciascuno di noi studiava pile di documenti, di relazioni. Di bilanci, di testi, raccoglieva testimonianze, parlava con esperti e con operatori del settore sotto esame». Notti dell’estate romana. «Ne uscivamo stanchi ma con accesa passione, gratificati dal fatto che ci sembrava di aver assolto ad un dovere civico come quello che doveva aver animato i Verri e Beccaria ai tempi del “Caffè” o gli illuministi toscani e napoletani negli anni in cui nei loro cenacoli preparavano le riforme e vedevano spuntare i primi lineamenti della società moderna». Dovrebbe essere adottato come libro di testo. Un libro impegnativo, in cui bisogna fare i conti con la passione e l’attenzione culturale di quelle sere.
Benedetta Cosmi
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